Il burnout entra nell’elenco dei disturbi medici

L’Oms ratifica quello che lo Stato continua a negare, servono studi accurati per attivare tutte quelle misure preventive per evitare e contenere il fenomeno e una normativa che ne riconosca l’esistenza nel lavoro degli insegnanti e l’esigenza di finestre specifiche per le pensioni.



Il burnout entra nell’elenco dei disturbi medici

L’Organizzazione mondiale della Sanità colloca il burnout nel suo grande elenco dei disturbi medici, aggiornato di anno in anno: è una “sindrome che porta a stress cronico impossibile da curare con successo”. Invece, in Italia si continua ad operare per fare finta di nulla: basta dire che i medici delle Commissioni Mediche di Verifica quasi sempre ignorano le patologie professionali dei docenti, finendo per riammettere in servizio prof con pesanti diagnosi psichiatriche. A denunciarlo è stato anche il dottor Vittorio Lodolo D’Oria, tra i massimi esperti nazionali della patologia tra gli insegnanti ed in generale sullo stress da lavoro.

Burnout

Dopo decenni di studi, a 45 anni da quando lo psicologo Herbert Freudenberger se ne occupò per primo, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha ufficialmente inserito il burnout nel suo grande elenco dei disturbi medici, aggiornato di anno in anno. Secondo gli esperti mondiali in fatto di salute, lo stress da lavoro non è una vera e propria malattia, ma un “problema associato alla professione” caratterizzato da evidenti sintomi: “spossatezza sul luogo di lavoro”, “cinismo, isolamento o in generale sentimenti negativi” ed “efficacia professionale ridotta”.

La conclusione dell’Oms è però l’aspetto più importante dell’importante catalogazione del burnout: stiamo parlando, sostiene l’Organizzazione mondiale della Sanità, di una “sindrome che porta a stress cronico impossibile da curare con successo”, che in questo modo conferma la decisione dell’agenzia speciale dell’Onu per la salute di fornire precise direttive ai medici per diagnosticarlo.

Il problema è che ci sono ancora dei Paesi, come l’Italia, che si professano moderni ma poi non fanno nulla per andare a rimuovere il motivo principale che, soprattutto in determinati ambienti di lavoro, è alla base di un numero crescente di patologie, quale è appunto il burnout. Tra le professioni più coinvolte in questo processo stressogeno, che se protratto per anni e anni favorisce l’insorgenza di malattie professionali anche invalidanti, risultano tutte quelle che hanno a che fare con persone in situazioni di disagio, in difficoltà e in crescita: quindi, necessariamente, anche l’insegnamento.

Nessuna perdita di tempo: occorre un adeguamento immediato

Secondo Marcello Pacifico, alla luce di quanto detto dall’Oms, non si può perdere altro tempo: occorre procedere ad un immediato adeguamento, anche attraverso una formazione apposita, delle Commissioni e dei Centri medici pubblici di competenza perché si adeguino alla consistenza e gravità delle patologie mentali. Inoltre, il personale della scuola, ad iniziare dai docenti, va mandato in pensione così come avviene nei Paesi europei, ovvero a 63 anni, non legando più l’uscita dal lavoro all’aspettativa di vita, ma collocando la professione docente tra quelle di tipo gravoso.

Infine, bisogna permettere a tutti gli insegnanti che non ce la fanno più a gestire la classe con serenità, di passare ad un ruolo formativo alternativo, magari affiancandoli ai colleghi neo-assunti o bisognosi di specializzarsi o abilitarsi in altri insegnamenti.



Una condizione confermata anche da altri studi nazionali ed internazionali (Gabola e Albanese, 2015; Di Giovanni e Greco, 2015). Inoltre, i più esposti al rischio burnout risultano, oltre ai più giovani, anche i docenti più emotivi e stanchi, spesso con tanta anzianità lavorativa alle spalle. E ciò avviene perché i medici delle Commissioni Mediche di Verifica diverse volte ignorano le patologie professionali dei docenti, finendo per riammettere in servizio insegnanti con pesanti diagnosi psichiatriche.

 

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