Pro e contro dell’uso della tecnologia, catalizzatore di abilità o produttori di isolamento

In questo articolo analizzeremo i pro e i contro dell’uso della tecnologia che può essere un ottimo strumento di conoscenza e integrazione ma di controparte può diventare la prigione dei nostri ragazzi (alias sindrome di Hikikomori)



Indice

La tecnologia come catalizzatore di abilità sociali ed emotive degli allievi

Quando le tecnologie vengono utilizzate in modo opportuno e naturalmente sotto al guida esperta di un adulto possono assumente una valenza estremamente positiva che può portare ad una reale opportunità d’innovazione per i contesti scolastici che si avvicinano sempre più ai nativi digitali.

Lo scopo dell’uso delle tecnologia è sicuramente quello di aiutare gli alunni a costruire abilità sociali, emotive, di valorizzazione e rispetto dell’altro, competenze che sicuramente potranno essere spese anche e principalmente in ambito lavorativo e sociale. L’uso delle tecnologie ha anche un altro ruolo fondamentale ovvero quello di favorire l’inclusione di alunni con difficoltà di apprendimento e in situazione di svantaggio perché sono immediate e non richiedono uno sforzo nell’uso da parte dei nostri ragazzi che sono dei nativi digitali.

Pro e contro dell'uso della tecnologia

La tecnologia come supporto alle strategie didattiche

La tecnologia può essere utilizzata per supportare le strategie didattiche adottate dall’insegnante assumendo pertanto un ruolo centrale nel promuovere processi di inclusione.

L’uso della tecnologia consente di simulare all’interno di un ambiente protetto (l’alula multimediale) numerose opportunità per esercitare o acquisire competenze socio-emotive in situazioni di sfida e gioco tra utenti, incoraggiandone il loro coinvolgimento (Ong et al., 2011). Un esempio significativo a tal proposito è rappresentato dalla piattaforma Kognito che utilizza simulazioni di gioco di ruolo con persone virtuali per guidare cambiamenti misurabili nella sfera del benessere fisico, emotivo e sociale.

Un’ulteriore potenzialità di sviluppo di competenze socio-emotive è offerta dai digital media cartoon series. L’esempio più significativo è quello riconducibile a “The Transporter”. Serie di cartoni digitali progettata con l’obiettivo di promuovere il riconoscimento facciale delle emozioni nei bambini con autismo, è stata riadattata per essere utilizzate con tutti i bambini, mostrando un aiuto nell’acquisizione dell’identificazione e riconoscimento delle emozioni e nel trasferimento di questa autoconsapevolezza emotiva, anche alle situazioni di vita reale (Baron-Cohen, Golan, Chapman & Granader, 2009).



La buona e la cattiva comunicazione nel web

Certo è fondamentale comprendere che l’uso della tecnologia và proposto e strutturato in modo adeguato dal docente, perché è un mezzo tanto efficace e coinvolgente quanto pericoloso se non adeguatamente filtrato da un adulto.

All’interno del web, nel mare delle informazioni su cui gli utenti navigano circola tanta cattiva comunicazione, insieme sicuramente a quella Buona. Per secernere la Buona comunicazione da quella cattiva è necessario però possedere capacità critiche e conoscenze adeguate che non sono proprie dei ragazzi in età scolare. Inoltre l’uso inappropriato della tecnologia può avere effetti veramente pericolosi nei giovani, basti pensare alla sindrome di Hikikomori.

La sindrome di Hikikomori

Hikikomori è un termine coniato in Giappone composto da due parole “hiku” che significa “tirare” e “komoro” che significa “ritirarsi” e viene utilizzato per descrivere lo stato di coloro che decidono di isolarsi dalla realtà esterna, per vivere in uno stato di autosegregazione.

Strumenti tecnologici nati per migliorare la qualità della nostra vita e anche per favorire l’integrazione di coloro che presentano delle disabilità psicofisiche.

Mister Hyde della tecnologia

I nostri figli sono nativi digitali, sono abituati a vedere noi genitori con smartphone e telefoni e per loro la tecnologia è diventata un prolungamento di una mano. L’uso delle tecnologie è tanto positivo quanto pericoloso se non adeguatamente filtrato e gestito da un adulto. Il web nel suo essere interattivo presenta immagini e contenuti accattivanti, favorisce l’interazione tra individui annullando le distanze.

Infatti nel mare del web abbiamo amici in tutto il mondo, amici che sono geograficamente lontanissimi ma ad una portata di un click: nella tecnologia non siamo soli. Le comunicazioni sono velocissime, avvengono in tempo reale e hanno un filtro importantissimo che si contrappone tra noi e il web: il monitor. Quel monitor che i nostri figli hanno davanti agli occhi rappresenta uno scudo di protezione, attraverso cui possono essere chi sono, ma anche diventare ciò che non sono ma che vorrebbero essere. Il web consente a chiunque di comunicare e utilizzare quelle 1000 facce di cui parlava Pirandello in Uno, Nessuno, Centomila per piacere a tutti e per avere tanti “amici” sentendosi accettati da tutti: “amici” perché i nostri figli hanno tantissimi amici, 5000, 6000,10000….. ma poi non escono con nessuno o quasi.

Sono tanto socievoli nel web quanto impacciati nella relazione interpersonale quotidiana: occhi bassi, voce tremolante, sguardo rivolto al telefonino…… e nel momento in cui sono fisicamente vicini al loro amico non ci parlano direttamente ma ci chattano attraverso WhatsApp.

I nostri ragazzi non sono più in grado di socializzare e molto spesso, quello strumento che doveva essere un facilitatore e un miglioratore della realtà quotidianità, diventa una prigione.

I ragazzi più fragili, più timidi, più insicuri restano ingabbiati dal web, perché le loro caratteristiche individuali sul web possono essere nascoste e l’interazione diviene semplice: le realtà quotidiane analizzate dalla sociologia (come ad esempio la gestione delle crisi nel rapporto di socializzazione) vengono meno e in questo modo i nostri ragazzi di cristallo si sentono protetti.

Ed è proprio in questo momento, proprio nel momento in cui il nostro ragazzo si accorge che nel web “non rischia nulla” che le sbarre del web si chiudono e i nostri ragazzi restano intrappolati nel suo interno.

Quando parliamo di Hikikomori però parliamo anche di scelta consapevole, perché i nostri ragazzi decidono volontariamente e consapevolmente di chiudere la porta della loro camera e di non uscire più fuori: nella loro stanza l’unica finestra che hanno sul mondo è il computer e in quel mondo virtuale vivono la loro quotidianità.

Generazione H

E’ un’emergenza sociale che la Dottoressa Maria Rita Parsi affronta nel suo libro “Generazione H”, H come Hikikomori, H come la bomba di Hiroshima parallelismo che ci riporta ai danni della bomba atomica, danni equiparati alla dipendenza che la tecnologia rischia di avere sui nostri ragazzi.

La sindrome di Hikikomori nasce in Giappone, ma si sta sviluppando a macchia d’olio anche in Italia: è una crisi sociale che gli insegnanti e i genitori non devono trascurare.

Caratteristiche dell’Hikikomori

Quali sono le caratteristiche dei ragazzi affetti da sindrome di Hikikomori? Ce lo spiega l’associazione Hikikomori Italia:

  • caratteriali: gli Hikikomori sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva;
  • familiari: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell’esperienza giapponese. I genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale spesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto;
  • scolastiche: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’Hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo;
  • sociali: gli Hikikomori hanno una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire.



Conclusioni

Gli Antichi dicevano: in medio stat virtus e gli Antichi non sbagliavano mai. E’ necessario che i genitori, i docenti e gli stessi ragazzi siano edotti circa le potenzialità e la pericolosità del web per sfruttare al meglio le sue potenzialità e annullare (o quasi) i suoi rischi.

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